Scriviamo un po'

Non so se è una questione di nord/sud, Italia/estero ... mi risulta, a esempio, che Catania - direi profondo sud italiano - sia un luogo gay-friendly (rabbrividisco per primo per la definizione).

Io credo che sia una questione sociale: provincia (non in senso amministrativo) / città ...

Sicuramente. La provincia (e la città di provincia) sono ancora indietro di un decennio su tutto o quasi.

@teacher78 benvenuto!
 

"In ginocchio."

Il tuo comando arriva senza preavviso, mentre ancora sto girando su me stessa, in piedi di fronte a te, mostrandoti il tanga nero di pizzo che ho abbinato alle autoreggenti, unici lembi di trasparenza a mal celare la mia nudità. So cosa ti piace, e il tuo piacere è il mio piacere.

Non rispondo ed è giusto così: non era una domanda. Mi volto; un rapido sguardo e i miei timidi occhi marroni incontrano i tuoi; il contatto non dura più di un solo breve attimo, istante nel quale leggo la tua soddisfazione. Sono questi momenti, questi brividi che mi percorrono la schiena a farmi sentire tua, Sire.

"Sire": le parole tu non le scegli mai a caso, e dal momento in cui mi dissi come avrei dovuto chiamarti questa parola è diventata la mia stella cometa.

"Sire": sei il mio padrone, colui che possiede le mie emozioni; potrei anche non averlo, un corpo, ma ne ho bisogno per donartelo.

Mi abbasso, in ginocchio di fronte a te. Sei nudo, il tuo membro duro e nodoso si staglia verso l'alto, fino al tuo ombelico.

"Cazzo": mi dici sempre di chiamarlo come si merita, che nessuna verrà mai considerata puttana perché chiama qualcosa col suo nome. Questo mi fa sempre sorridere, perché sono cresciuta in una famiglia dove non avrei nemmeno potuto dire "scemo". Figuriamoci parole come "cazzo, figa, culo".

Lo guardo, sono sicura che puoi vedere nei miei occhi la mia eccitazione, l'adorazione. Adoro il tuo cazzo, perché è tuo.

Mi avvicino con le labbra alla tua cappella gonfia, già bagnata di piacere. Lentamente ci adagio la mia lingua piatta e lecco verso l'altro, mentre emetto - io - un gemito di piacere.

Sento la tua mano sui capelli, il tuo pugno che si richiude su di essi e mi allontana dal mio frutto preferito. Pensavo di farti impazzire così, pensavo di conoscerti, ma ogni volta mi insegni che sono ancora una ragazzina viziata, che non cerco ancora realmente il solo tuo piacere, ma cerco il mio di riflesso. Stavo facendo quello che voglio io, non quello che vuoi tu.

Mi vergogno un po' di me, ma mentre mi accarezzi il viso - una guancia appoggiata sul tuo interno coscia, il mio respiro alla base del tuo cazzo - mi abbandono a te, completamente. Forse puoi sentire una lacrima scivolarti sulla pelle, forse. Di gioia.

"Guidami ancora, Sire."

Non desidero altro. Sono una ragazzina viziata, e tu un maestro paziente.

Ora basta; mi duolgono sempre le braccia in questa posizione: una mano sulla scrivania, il polso leggermente alzato mentre traccia segni leggeri sul foglio di carta patinata con la stilografica che mi hai regalato tempo fa. L'altra sotto la scrivania, le dita ancora bagnate di me.

La lampada a olio proietta ombre tremolanti sulle travi a vista del sottotetto: mi piace usarla, annusarla, sporcarmi le dita d’olio e sporcare la carta su cui ti scrivo. Mi da un senso di antico, di vero, di intimità.

Ripiego il foglio in tre parti, lo infilo nella busta e lecco lentamente il bordo tracciato di colla, stando attenta a non tagliarmi.

Scrivo il tuo indirizzo ma tralascio il mittente: l'elegante scrittura del pennino sarà il mio biglietto da visita, il rossetto a suggellare la busta la mia firma per te.
 
Last edited:
Scusate il ritardo, avevo in mente una cosa, poi mentre scrivevo ne è uscita un'altra.

Tu continui a parlare, ma la tua voce non è altro che un ronzio di sottofondo. Il problema è ormai chiaro, ho già annotato l’elenco dei documenti che mi servono e fra una manciata di minuti, quando avrai ripetuto per la terza volta la stessa cosa, ti ripeterò che non c'è da preoccuparsi, basterà presentare la domanda di ravvedimento operoso e pagare una somma notevolmente più bassa di quanto tu temevi. C’è un’altra cosa che al momento impegna di più la mia mente: capire se il tuo seno è naturale oppure no.
Non sono per nulla uno specialista del settore (e per settore intendo: tette rifatte). Fra l'altro, ti avevo visto al bar dozzine di volte, notando ovviamente il tuo seno, ma anche i glutei sempre fasciati da gonne troppo strette o pantaloni stretch, oltre, ovviamente!, i ridicoli tacchi che ti obbligano a camminare sulle uova per guadagnare quota un metro e sessanta. La bocca larga, una bella dentatura, capelli neri fluenti e leggermente mossi, occhi azzurri. Un bel tipo, soprattutto per fare ginnastica in due. Però sulla genuinità del seno non avevo posto attenzione. Finché un giorno il mio amico Tom aveva ringhiato: "Ma quella lì, bassa e magra come è, quelle tette non possono essere sue". Risolini di noi uomini e occhiataccia della moglie di Tom. Così il seme era stato gettato nella mia mente ed aveva poi portato in frutto questo quesito.
Ora siamo seduti uno di fronte all’altro, nel mio ufficio, in un ritaglio della pausa pranzo. Da questo lato della scrivania, ti osservo mentre parli, il mio sguardo ogni tanto si sposta dagli occhi al foglio che ho davanti, ma mentre scende controlla il tuo petto, il movimento del tuo seno al ritmo delle parole che pronunci.
Due giorni fa ti lamentavi con la titolare del bar per una cartella esattoriale che avevi ricevuto e siccome non volevi andare dal commercialista della ditta per cui lavori lei ti ha indicato me. Ti sei avvicinata con un certo imbarazzo, ti sei presentata e mi hai chiesto un appuntamento. Dandomi del lei. "Domani no, va bene mercoledì?" Attraverso il vetro della scrivania vedo quando accavalli le gambe (ma hai i pantaloni); sei leggermente piegata in avanti, la camicia è sufficientemente aperta per vedere defilarsi la linea che separa i due seni.
Ti farò pagare qualcosa, sicuramente. L’hai precisato fin dall’inizio (è apprezzabile, di questi tempi, anche solo il pensiero) e io ho fatto un gesto generico con una mano. Ma preferisco coltivarti per altre finalità. Ed alla fine, se il seno è rifatto o meno, è abbastanza irrilevante per tale scopo.
 
Scusate il ritardo, avevo in mente una cosa, poi mentre scrivevo ne è uscita un'altra.

Tu continui a parlare, ma la tua voce non è altro che un ronzio di sottofondo. Il problema è ormai chiaro, ho già annotato l’elenco dei documenti che mi servono e fra una manciata di minuti, quando avrai ripetuto per la terza volta la stessa cosa, ti ripeterò che non c'è da preoccuparsi, basterà presentare la domanda di ravvedimento operoso e pagare una somma notevolmente più bassa di quanto tu temevi. C’è un’altra cosa che al momento impegna di più la mia mente: capire se il tuo seno è naturale oppure no.
Non sono per nulla uno specialista del settore (e per settore intendo: tette rifatte). Fra l'altro, ti avevo visto al bar dozzine di volte, notando ovviamente il tuo seno, ma anche i glutei sempre fasciati da gonne troppo strette o pantaloni stretch, oltre, ovviamente!, i ridicoli tacchi che ti obbligano a camminare sulle uova per guadagnare quota un metro e sessanta. La bocca larga, una bella dentatura, capelli neri fluenti e leggermente mossi, occhi azzurri. Un bel tipo, soprattutto per fare ginnastica in due. Però sulla genuinità del seno non avevo posto attenzione. Finché un giorno il mio amico Tom aveva ringhiato: "Ma quella lì, bassa e magra come è, quelle tette non possono essere sue". Risolini di noi uomini e occhiataccia della moglie di Tom. Così il seme era stato gettato nella mia mente ed aveva poi portato in frutto questo quesito.
Ora siamo seduti uno di fronte all’altro, nel mio ufficio, in un ritaglio della pausa pranzo. Da questo lato della scrivania, ti osservo mentre parli, il mio sguardo ogni tanto si sposta dagli occhi al foglio che ho davanti, ma mentre scende controlla il tuo petto, il movimento del tuo seno al ritmo delle parole che pronunci.
Due giorni fa ti lamentavi con la titolare del bar per una cartella esattoriale che avevi ricevuto e siccome non volevi andare dal commercialista della ditta per cui lavori lei ti ha indicato me. Ti sei avvicinata con un certo imbarazzo, ti sei presentata e mi hai chiesto un appuntamento. Dandomi del lei. "Domani no, va bene mercoledì?" Attraverso il vetro della scrivania vedo quando accavalli le gambe (ma hai i pantaloni); sei leggermente piegata in avanti, la camicia è sufficientemente aperta per vedere defilarsi la linea che separa i due seni.
Ti farò pagare qualcosa, sicuramente. L’hai precisato fin dall’inizio (è apprezzabile, di questi tempi, anche solo il pensiero) e io ho fatto un gesto generico con una mano. Ma preferisco coltivarti per altre finalità. Ed alla fine, se il seno è rifatto o meno, è abbastanza irrilevante per tale scopo.

Capita sempre cosi... cominci con una idea e poi, viene fuori qualcosa di diverso.
In questo caso una bella serie di pensieri decisamente "uomo" haha, ma anche a loro modo eleganti (adoro i dettagli!)
 
Back
Top